Fondazione Famiglia di Maria: fare squadra con il cuore

(di Francesca Carlucci)

Fare comunità a favore dei più disagiati, impegnarsi ogni giorno per cambiare una realtà considerata difficile come il quartiere della periferia di Napoli dove è ubicata, a San Giovanni a Teduccio. Parliamo della Fondazione Famiglia di Maria con la sua presidente Anna Riccardi.

La sua organizzazione, conosciuta attraverso iniziative, laboratori e progetti, si interessa dei più disagiati del quartiere di San Giovanni a Teduccio. Da dove è scaturita la sua vocazione sociale nel voler cambiare in meglio questa periferia di Napoli?

La Fondazione Famiglia di Maria è sul territorio di San Giovanni a Teduccio dal 1800. È un ex orfanotrofio gestito da suore che, da istituto religioso, da ex IPAB, ha visto una trasformazione in fondazione. Terminate le garanzie ecclesiastiche, ha un consiglio di amministrazione e un suo presidente nominato dal Sindaco di Napoli in termini totalmente di volontariato. La mia non è una vocazione, ma un impegno civile e politico. Sono una cittadina di questa periferia, in particolar modo la mia corrispondenza territoriale è più fortemente di Barra ma con questa esperienza e con la scuola - io nasco come docente - sono stata accolta anche dal quartiere limitrofo che è San Giovanni. Queste distinzioni non hanno nessun senso perché ritengo che la città di Napoli sia tutta “una e unita” però c’è da dire che, dovendo fare i conti con la realtà, a volte dalle periferie al centro non c’è un vero e proprio riconoscimento. Invece, io mi batterò sempre affinchè il cittadino dell’alta borghesia napoletana capisca che senza la periferia est in particolar modo, ma tutte le periferie, la stessa città di Napoli perde. Io voglio cambiarla sì, ma soprattutto far emergere quelle opportunità che invece la città può cogliere con i cittadini dell’area est. Laddove sbocciano e germogliano i migliori fiori di questa periferia a guadagnarne è l’intera città. Ovviamente ci vogliono le volontà politiche, gli investimenti culturali, economici, le responsabilità di chi in qualche modo può intervenire e modificare i volti delle città e quindi delle periferie, ci vuole cultura, teatro, università, connessione con i cittadini (senza farli considerare di serie b), ordine pubblico, illuminazione, differenziata, comunità energetica, ci vogliono semplicemente quei diritti ordinari che a ogni cittadino vanno garantiti.

La Fondazione Famiglia di Maria è impegnata quotidianamente affinché San Giovanni a Teduccio possa riscattarsi da violenza e illegalità. Cosa suggerisce per inculcare nelle nuove generazioni la cultura per la legalità?

La cultura della legalità contro le illegalità, la dispersione scolastica, la camorra, l’abuso e la violenza nelle sue varie sfaccettature è il primo impegno della Fondazione con la mia presidenza. A questi bambini è negato il diritto dell’oggi, non del futuro. Agli adolescenti di San Giovanni, Barra e Ponticelli è negata la possibilità di guardare al presente nel perimetro appunto della legalità. Come si sconfigge? Credo che ognuno debba fare la propria parte. Non ci si sostituisce all’ordine pubblico, alle forze dell’ordine, a chi deve indagare, alla magistratura. A noi il compito però di essere delle sentinelle sui territori e di cogliere chi ha difficoltà a emergere ma ha talento e ce ne sono tanti tra ragazze e ragazzi che hanno la voglia ma non ne hanno la possibilità. Si offrono quindi le opportunità e soprattutto si considerano questi ragazzi dei cittadini di serie a e non di serie c. Se la dispersione scolastica in questa municipalità ha un tasso così alto, mi chiedo: “Come mai dopo tanti interventi siamo ancora a questi numeri?”. Forse oltre alla risposta anche la domanda è sbagliata. Io credo che gli adolescenti hanno un linguaggio diverso e se noi vogliamo parlare loro con il linguaggio degli adulti, la cosa non funzionerà mai, per cui guardo agli adolescenti non come a un mio pari perché io sono adulta, docente, educatore, ma senza puzza sotto il naso, cercando di rivolgermi a loro capendo e cogliendo ciò di cui hanno bisogno. 

Di recente, con il Comitato di liberazione dalla camorra 'Disarmiamo Ponticelli' - che riunisce associazioni e cittadini della periferia orientale di Napoli per porre all'attenzione i quartieri interessati da fatti criminali - ha incontrato l'arcivescovo Battaglia. In passato anche alla fondazione si è verificato un atto intimidatorio. Tuttavia, il suo lavoro non si è interrotto. Come convincere le persone a non arrendersi e combattere il male della società?

Quando mi arrivò la telefonata di mio padre che mi indicava che c’era stato un colpo di pistola nel nostro portone, mi cadde il mondo addosso, mi chiesi come mai, perché, cosa ho fatto di sbagliato? In realtà non avevamo fatto nulla di sbagliato, anzi avevamo fatto tutto bene e quindi probabilmente eravamo diventati troppo bravi, però io non mi sono mai sentita sola ed è la stessa sensazione che spero abbia avuto il territorio di San Giovanni l’11 novembre (quest’anno è ricorso il 32esimo anniversario della strage del bar Sayonara in cui persero la vita 4 vite innocenti, NdR) rispondendo come periferia est insieme a Barra e Ponticelli, ma la città con i cittadini del Vomero, di Chiaia perché Napoli è una, siamo tanti colori che fanno l’arcobaleno, altrimenti ognuno da solo non va da nessuna parte. Allora abbiamo risposto continuando con tanta vicinanza soprattutto delle forze dell’ordine, della polizia e dei carabinieri, del Prefetto e del Sindaco di allora (Carmela Pagano e Luigi de Magistris, NdR), del senatore Sandro Ruotolo, ma soprattutto quello che ci avvolse in un’ondata di solidarietà, forza e coraggio, furono i cittadini dell’intera città, i tanti colleghi insegnanti delle varie periferie, da Scampia, dal Vomero, da Chiaia, di tanti amici ed è questo di cui ha bisogno questa città: fare squadra. A volte questa città pensa di fare solidarietà con un clic o anche mettendo 50 euro, ma non è così. È con l’impegno quotidiano delle proprie azioni e con la cura delle persone, delle relazioni, del territorio che si può cambiare.  

'Famiglia di Maria' è anche la prima comunità energetica del centro-sud Italia con pannelli solari per 40 famiglie del quartiere installati sui tetti della fondazione. Con questa tangibile e lodevole dimostrazione ritiene che sia possibile il riscatto sociale di un quartiere?

La comunità energetica è una grandissima occasione per questa periferia di riscatto sociale ma anche di riscatto ambientale. Solitamente San Giovanni è sempre contrassegnata da una narrazione di violenza e camorra. In realtà questa volta abbiamo dimostrato quanto sia importante mettere insieme sociale, cittadini, senza far calare nulla dall’alto, ed esperienze come Lega Ambiente e Fondazione con il Sud, partner fondamentali per aver costituito sui tetti della fondazione la prima comunità energetica e solidale. A San Giovanni a Teduccio possiamo fare scuola di come coniugare giustizia ambientale e giustizia sociale, di come mettere insieme le generazioni. I bambini accompagneranno per mano i loro genitori e i loro nonni in un percorso di educazione ambientale e soprattutto da questa periferia diamo il buon esempio di una pratica che si dovrebbe adottare su tutti i tetti della città di Napoli, sugli edifici soprattutto pubblici, quindi lanciamo anche una sfida al nuovo Sindaco e al Presidente della Regione, cioè “copiateci”. Grande intuizione di Fondazione con il Sud che ne ha fatto una sperimentazione - senza passare per bando - che ci ha individuati come coloro con i quali, insieme a Lega Ambiente, poter utilizzare la loro disponibilità economica per farne una grande sperimentazione e quindi la prima comunità energetica e solidale.

Energetica e solidale. Qual è il vero aggettivo importante?

L’ambiente è sicuramente fondamentale ma io sono più legata al secondo aggettivo, ‘solidale’, perché costruiamo comunità: da una comunità di cittadini si passa ad una comunità educante per i bambini a una comunità energetica che vede insieme varie istituzioni. La cosa bella è che i cittadini e questa comunità partecipano in una maniera di reciprocità con noi. Tutti abbiamo inteso la grande opportunità di poter prendere l’energia solare e redistribuirla in termini di giustizia sociale a circa 40 famiglie, ognuna delle quali percepirà un contributo economico annuo così da poter alleggerire la propria bolletta ‘energetica’ perché i cittadini continueranno comunque a pagare la bolletta ma noi daremo loro un contributo economico equo.

Nel corso degli anni, la Fondazione ha visto la presenza di personalità e istituzioni che hanno apprezzato il suo operato. Minori e famiglie si sono ritrovati insieme, non isolati in una realtà considerata spesso difficile. Che significato ha tutto questo per lei?

Sì, sono stati tanti a venire in Fondazione. Ad ogni istituzione e politico che ha attraversato la soglia della porta ho sempre detto che chi viene qua, a farci visita o invitato da noi, non fa passerelle. A noi interessava che quegli occhi incrociassero quelli di tutti quanti noi nella comunità della Fondazione, fatta da adolescenti, famiglie, da me, educatori, da chi lavora qui nel prendersi con noi un impegno facendo ognuno la propria parte. Siamo tutti partigiani in questa fondazione, tutti dalla parte della legalità, della solidarietà, dell’ambiente, di quei valori costituzionali che molte volte vengono recitati, letti, raccontati, ma non applicati. Noi non siamo i primi della classe, l’umiltà deve essere sempre un valore che ci deve accompagnare, però possiamo dire di aver fatto bene delle cose soprattutto perché siamo una squadra dove ognuno ci mette la propria competenza ma tutti insieme ci mettiamo il cuore.