(di e foto Francesca Carlucci)
Un incontro istruttivo rivolto
agli adulti del domani, ricco di spunti su cui riflettere affinchè giornate
come quella che sarà ricordata domani, 25 novembre, sul contrasto alla violenza
sulle donne, diventino un lontano ricordo.
Stiamo parlando dell’evento dal titolo “Libere e senza paura” che ha avuto luogo stamani presso l’Aula Magna dell’I.I.S. ‘G. Marconi’ a Torre Annunziata in collaborazione con l’associazione Catena Rosa - impegnata sul territorio oplontino contro la violenza sulle donne e che si avvale di uno sportello di ascolto, di sostegno psicologico e legale.
L'incontro ha visto la presenza, oltre ad Ada Ferri (presidente dell’associazione), di Alessandra Clemente (consigliere comunale e già assessore del Comune di Napoli) e Francesco Paolo Oreste (scrittore e ispettore della Polizia di Stato del commissariato di Pompei).
“Si può fare molto lavorando sui ragazzi creando una cultura del rispetto e della legalità , ma soprattutto della continua sensibilizzazione verso gli infiniti atteggiamenti di violenza adottati nei confronti di una ragazza o di una donna” ha dichiarato la dirigente scolastica Agata Esposito ai microfoni di Cartapressata, aggiungendo che “è fondamentale lavorare e studiare insieme in armonia nel rispetto delle reciproche diversità e identità . Non è un lavoro difficile perché gli alunni hanno una cultura di base di grande apertura, cioè non è che non fanno differenze, ma non le vedono rispetto a noi che cerchiamo di non farle emergere o di avere una cultura della tolleranza. Per loro è normale essere diversi nella diversità e comprendersi”.
Una cultura mediante la quale, come ha fatto notare la prof.ssa Maria Luisa Tozza, che ha anche moderato l’incontro, gli studenti si formano “non solo dal punto di vista tecnico e professionale ma anche umano e sociale” per cui, per combattere il fenomeno del femminicidio “bisogna far leva sul progresso culturale delle donne perché soltanto tramite l’istruzione, il lavoro e la cultura si può combattere questa piaga e far sentire libera una donna nella sua indipendenza". Inoltre, occorre educare “gli uomini al rispetto e alla complicità con le donne imparando a vivere insieme a loro” nonostante “una cultura imperniata sulla sudditanza femminile”.
Un lavoro che va fatto con grande
attenzione e costanza perché, come ha evidenziato Ada Ferri durante il
dibattito, “dobbiamo batterci affinchè la mia associazione non abbia necessitÃ
di esistere, così come codici rossi, case rifugio e centri antiviolenza, educando
soprattutto i maschi pervasi da una cultura di convinzioni sbagliate, pregiudizi e pretese ritenendo
le donne prive di diritto di decidere, soggetti deboli da guidare e plagiare e che
ha origine dal potere della società patriarcale che non consente alle donne di
emergere in nessun campo”.
La presidente di Catena Rosa ha
regalato una maglia con scritto “Ferma il femminicidio” e ha illuminato le
ragazze e i ragazzi presenti sul significato di questa parola, partendo dal
concetto che anche uno schiaffo è un crimine su una donna e gli uomini che
fanno del male continueranno a farlo per cui è necessario che le donne chiedano
aiuto: “Il femminicidio è l’uccisione di una donna proprio per il suo essere
donna, per il suo genere, da parte di un marito, compagno, fidanzato, ex,
padre, fratello, quando non vuole vivere in base ai canoni di cultura e societÃ
dai quali proviene”.
Una violenza che non è solo
femminicidio, ma che si vive “anche in casa quando le faccende le fa solo la
donna, nel modo in cui le mamme educano le figlie come sono state educate
loro nel rispetto dei maschi, in una coppia con scenate di gelosia, impedendo
di indossare determinati abiti o di frequentare la scuola e farsi una cultura. Episodi
che necessitano invece fiducia e rispetto reciproci perché senza non è amore ed è il caso di rivolgersi a un’associazione, un centro antiviolenza e alle
forze dell’ordine”, ha concluso la Ferri.
“È una grandissima sfida crescere e imparare ad amare noi stessi per quello che siamo per amare gli altri perché gli altri siamo noi” ha introdotto il suo intervento, allargandosi al tema della legalità , Alessandra Clemente coinvolgendo gli studenti con il toccante racconto sulla sua tragica esperienza personale che le ha segnato la vita (sua madre, Silvia Ruotolo, vittima innocente in un agguato di camorra nel 1997, NdR) e l’ha portata a tramutare il dolore in impegno: “La violenza ha tante sfumature e la più drammatica è quella del sangue, del corpo, quella che toglie la vita alle persone per sempre, come a mia madre”.
Evitando le spirali della violenza, perché violenza
chiama violenza, ad essa “non bisogna rispondere con l’odio che serve solo a
punire e a fa star male chi la compie perché si diventa violenza, ma con
l’amore. Dobbiamo lavorare ai nostri sentimenti, trasformare la rabbia in
impegno affinchè non ci siano più atti di violenza. È con l’amore che si cambiano le
cose e anche parlandone perché tutto si affronta senza isolarsi”.
Non solo. Attraverso la difesa
della propria dignità associata alla vergogna di chi commette violenza - come
ha concluso Francesco Paolo Oreste - è importante considerare quanto
la cultura dipenda da quello che viviamo: “Noi apprendiamo anche guardando gli
altri come si comportano e finiscono per essere il nostro modo naturale di
intendere la vita”. Oreste cita infatti la violenza assistita in cui "una donna in
ambito familiare decide di soprassedere ai comportamenti che subisce e finisce
non solo per fare del male a se stessa, determinando un percorso tragico della
propria vita, ma annientandosi da un punto di vista sociale, culturale,
personale dando ai propri figli il messaggio che la normalità sia quella e che questa
normalità è cultura".
Ma questa non è cultura, è
violenza, e va combattuta fino in fondo.
