Peppino Impastato sarebbe fiero delle sorelle Pilliu

(di Francesca Carlucci)

Se oggi fosse tra noi Peppino Impastato a quali conclusioni arriverebbe, dai microfoni di Radio Aut, a proposito di persone che, come lui, non si sono arrese alla mafia e l'hanno contrastata con coraggio e determinazione? 

La sua voce sembra un megafono acceso perennemente su di noi per raccomandarci la strada da percorrere a distanza di quel 9 maggio 1978 quando fu assassinato a Cinisi, in provincia di Palermo. 

Giornalista, conduttore radiofonico e attivista, nato da una famiglia mafiosa, guardò oltre il marcio che aveva intorno rifiutandosi di seguire le orme del padre e degli zii. Andò via di casa e intraprese un'attività politico-culturale antimafiosa senza fermarsi, per un mondo più giusto, un esempio indimenticabile di lotta alle mafie per le generazioni future. 

Tuttavia, chissà che penserebbe se sapesse che a 44 anni dalla sua scomparsa c'è una storia di cui, pure a cercare motivi che la giustifichino, non se ne viene a capo perché è un controsenso.


È la storia di coraggiosa resistenza alla mafia delle sorelle Maria Rosa e Savina Pilliu raccontata nel libro 'Io posso. Due donne sole contro la mafia' uscito l'anno scorso per Feltrinelli scritto da Pif/Pierfrancesco Diliberto (conduttore, attore e regista), a quattro mani con Marco Lillo (giornalista e vicedirettore de 'Il Fatto Quotidiano'). 

La vicenda risale agli anni Novanta a Palermo, quando Pietro Lo Sicco decide di voler costruire una palazzina di otto piani, divenuta poi nascondiglio di latitanti, davanti all’entrata del Parco della Favorita e lo fa chiedendo ai proprietari delle case poste sull’altro lato della strada di vendergliele a un prezzo inferiore rispetto a quello di mercato. 


Le sorelle Pilliu sono le uniche persone che non ci stanno non permettendo, né allora né mai, all’imprenditore di portare avanti il suo progetto per cui si affidano allo Stato che invece aspetta 30 anni per dare loro giustizia ma senza ritenerle vittime,  condannando Lo Sicco a 7 anni di reclusione per associazione mafiosa e a un risarcimento nei confronti delle due donne, per aver danneggiato quelle abitazioni non sue, di 750mila euro più gli interessi che però non può pagare perché il suo patrimonio è stato sequestrato dallo Stato. 


Le sorelle Pilliu si vedono quindi beffate dalla burocrazia dello Stato che, invece di premiarle per aver sacrificato la loro vita affrontando, senza mai arrendersi, lo strapotere di questo costruttore mafioso, non solo non beneficiano di un centesimo del risarcimento finalmente ottenuto, ma l’Agenzia delle Entrate chiede loro di pagare il 3% di questa somma (è una tassa) che non vedranno mai. 

A questo punto le Pilliu si sono rivolte a un fondo vittime di mafia nella speranza di essere riconosciute tali ed essere ripagate da questo fondo ma la risposta è stata che non lo sono (nonostante gli anni di minacce e intimidazioni) perché è vero che il costruttore ha danneggiato le loro case ma non lo ha fatto in quanto colluso con la mafia. 

Infine, a inizio aprile, il giudice del Tribunale di Palermo ha negato alle sorelle Pilliu lo status e il risarcimento di vittime di mafia. Non solo, Savina, rimasta sola dopo la morte della sorella la scorsa estate, dovrà pagare 10mila euro per le spese processuali. 



Cos'altro aggiungere di una vicenda che, attraverso una speculazione edilizia, evidenzia le lacune dello Stato che si mostra indifferente nella lotta contro il sistema mafioso? 

Per anni le due sorelle sono andate avanti grazie unicamente alla loro forza e alla loro tenacia, sempre più emarginate e senza un reddito in grado di far fronte alle loro esigenze, contando anche sulla vicinanza di gesti di solidarietà fino alla stesura del libro. 


Sin dal principio, l’intenzione annunciata dagli autori - che in queste settimane ne hanno parlato nuovamente - è stata di "cambiare il finale di questa storia, con l’aiuto di tutti soprattutto attraverso la vendita del libro, raccogliere la cifra necessaria per pagare quel famoso 3% dell’Agenzia delle entrate". Inoltre, "far avere lo status di ‘vittime di mafia’ alle sorelle Pilliu, ristrutturare le palazzine semidistrutte e concederne l’uso a un’associazione antimafia", affinché "Quell’ 'Io posso', non importa cosa dice la regola, perché tanto ‘Io posso’ sottintende sempre ‘E tu no’” diventi: "Io posso e tu no perché io sono lo Stato e tu no"

Peppino Impastato affermava: "La mafia uccide, il silenzio pure". 

Le sorelle Pilliu non sono state mai zitte. La loro rettitudine e tenacia contro una palese ingiustizia non è stata mai sopraffatta dal silenzio. E cosa hanno ottenuto queste due donne alle quali andrebbe reso onore, ostacolate invece da una realtà e una burocrazia contorta e ingiusta che Peppino certamente non avrebbe voluto? 

'Io posso' è non solo un libro da acquistare, leggere, rileggere, regalare, non è solo il libro sulla vicenda Pilliu, sulle due sorelle simbolo dell'antimafia. È la voce di tutti noi e di chi per noi, da Impastato a Falcone a Borsellino e via dicendo, hanno chiesto, lottato, si sono impegnati concretamente e nel modo più assoluto per dire no alle mafie

Ciò che fa ancora più male è che ci si sente offesi dallo Stato vedendolo poco attento verso coloro che combattono la prevaricazione della malavita e la corruzione del sistema e restano soli e inascoltati, piuttosto che vincitori del bene sul male della società. 

La voce di Peppino, in una storia amara come questa, sembra echeggiare ancora di più nella sua pura e autentica libertà oltre i confini dell'indifferenza e dell'ingiustizia: "Io voglio scrivere che la mafia è una montagna di merda! Noi ci dobbiamo ribellare. Prima che sia troppo tardi! Prima di abituarci alle loro facce! Prima di non accorgerci più di niente!"