(di Francesca Carlucci)
"L'unico momento in cui è lecito guardare una persona dall'alto in basso è per aiutarla a sollevarsi".
Questa frase di Papa Francesco potrebbe essere la sintesi su come impegnarsi affinché giornate mondiali come quella di oggi, 7 febbraio, contro bullismo e cyberbullismo, non si ripetano più.
Prevaricare, intimidire e spaventare l'altro sentendosi superiori non è sinonimo di fratellanza o amicizia. Chi è vittima di questi comportamenti che si verificano tra persone di qualsiasi età patisce un'ingiustizia psicologica che necessita spesso di aiuto.
Essere bulli ripetutamente con prepotenza e aggressività verso un proprio simile che non riesce o non può difendersi da solo, è una forma di debolezza - da parte di chi abusa del proprio potere - che lo rende allo stesso modo vittima a causa di aspetti - violenze subite, modelli di insegnamento sbagliati, desiderio di farsi notare - che andrebbero individuati e risolti per far sì che la frustrazione non si sfoghi sugli altri.
Tutto questo accade anche su internet e i social - da qui il termine cyberbullismo - dove si contano, tra gli altri, numerosi e frequenti casi di stalking, molestie, attentati alla propria privacy.
Occorrerebbe partire dal principio che, nonostante problematiche relative a ciò che abbia dato origine a questa prevaricazione, è comunque reato fare del male al prossimo sotto tutti i punti di vista: la cattiveria non è giustificabile.
Come risolvere allora questa violenza?
Confidandosi senza vergogna né timore, bloccare chi ci manca di rispetto, denunciare senza nascondere la sofferenza che si porta dentro, non avere timore a dire la verità perché, anche se pensiamo che non saremo creduti, oltre le prove, ci sarà sempre qualcuno che ci tenderà la mano per uscire dal baratro o invogliarci a farlo.