Analisi di un fenomeno: criminalità e adolescenza


 "La mia vita è piena di ingiustizie, la soluzione perfetta è prendere in mano la situazione. Ho sempre amato infrangere le regole, e non c'è niente di meglio che punire chi mi ha fatto del male", scriveva il 13 enne.

Secondo la Dottoressa Stefania Mandaliti, Presidente del Centro Ascolto Stella del Mare e Criminologa, la lettura di queste righe scritte, da un adolescente di 13 anni che ha accoltellato la professoressa di francese a Trescore Balneario, in provincia di Bergamo, riportato su un manifesto su Telegram, mette in luce un forte problema di incapacità a vivere determinate frustrazioni e non proiettare in maniera sana queste emozioni, che logorano la sua anima. La condanna ad ogni tipo di violenza in ogni suo gesto e forma, si intravede la capacità di intendere e volere da parte del ragazzino, come un adulto, L’aspetto pedagogico, che emerge è la consapevolezza di non essere : incarcerato, dato che in Italia l'età minima per la responsabilità penale è 14 anni e  non poter essere  nemmeno  processato. 

La famiglia, prima agenzia educativa è sede dell’educazione fa ricadere l’intera responsabilità del fatto ai genitori, incapaci di captare tale comportamento antisociale del loro figlio. La maturità, che si evidenzia nel raccontare, l’accoltellamento  tramite una diretta video, tanto  da emulare il seguente gesto per i suoi coetanei, diventa un  deterrente di illegalità. L’analisi pedagogica di un evento cosi estremo richiede di guardare oltre l’atto violento per osservare il processo cognitivo e il contesto educativo che lo precede. 

Il fatto che un ragazzo di 13 anni agisca con la consapevolezza della propria impunità giuridica non è solo un dettaglio legale, ma un segnale pedagogico dall’allarme sulla percezione del limite della responsabilità.

Tale affermazione da parte di un adolescente circa l’impossibilità di essere perseguito dimostra una lucidità strategica che contraddice l’idea di un impulso cieco e di un’incapacità di intendere. Se un giovane agisce sapendo di essere “schermato" dalla legge, significa che il suo focus è totalmente centrato sull’io. In questo scenario la vittima scompare diventando un semplice strumento per l’affermazione di una propria volontà di potenza. 

L’intervento pedagogico non è solo quello della punizione, ma deve puntare alla riparazione. E’ necessario che il percorso rieducativo metta il minore di fronte alla gravità del danno causato, indipendentemente dall’esito processuale. Bisogna lavorare sulla percezione della propria immagine. L’idea di essere intoccabili è una distorsione, che impedisce la crescita adulta. Occorre mettere in pratica un lavoro sull’empatia  cognitiva. Il compito della pedagogia oggi è ricordare che essere minori significa avere bisogno di guida, non avere diritto all’arbitrio. La sinergia di rete tra le due agenzie famiglia e scuola possono arginare e attraverso un confronto costante possono mettere in pratica azioni di intervento e di recupero. 

La Dottoressa Maria De Fazio, attivista contro la violenza, sostiene al contempo quanto sopra indicato, con riferimento all' importanza della sensibilizzazione di alcune tematiche nelle scuole. "Viviamo una società ai margini, i principi di buona condotta sembrerebbero parole da dizionario. I giovani sempre più soli, trascinati nel baratro di azioni criminali, seguono imperterriti modelli social errati", afferma De Fazio. Urge pertanto un intervento congiunto al fine di prevenire alcuni fenomeni.